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Capricci Veneti: La penna biro

 

LA PENNA BIRO

Ovvero un'arma subdola dell'America protestante


Il primo grande successo per la penna a sfera fu una mattina di Ottobre del 1945 quando una folla di più di 5000 persone si accalcò all’entrata del Gimbels Department Store di New York. Il giorno prima, Gimbels aveva ottenuto una pagina sul New York Time, promuovendo la prima vendita di penne a sfera negli USA. L’inserzione descriveva la nuova penna così: "Fantastica...miracolosa penna stilografica... garantiti 2 anni di scrittura senza ricaricarla".

Durante il primo giorno di vendite, Gimbels vendette un intero stock di 10.000 penne – a $12,50 ciascuna. Quando arrivò in Italia la penna biro - come tante invenzioni che venivano dall’America protestante –mise in subbuglio il mondo della Scuola.

I presidi, i direttori didattici, le maestre, i professori e tanti genitori allevati e nutriti con i valori dell’Occidente cattolico, videro nel banale, brutto aggeggio americano, un'insidia prima, poi un nemico mortale della Calligrafia.

Era lampante: la penna biro avrebbe umiliato, ridicolizzato, strangolato la Calligrafia; la plebea invenzione americana avrebbe ridotto in pezzi, sbriciolato, cancellato uno dei monumenti più aristocratici, più raffinati, più fulgidi della Tradizione Europea.

La Calligrafia era stata l’ideale a cui si erano ispirate per secoli schiere di devoti amanuensi, curvi sui leggii dediti ad ornare e ad impreziosire i codici rari delle Sacre Scritture e dei Classici latini.

La Calligrafia era stata l’ispiratrice di un esercito di solerti e diligenti impiegati asburgici, che con solenni svolazzi rendevano più autorevoli le Circolari Governative dell’Imperial Regio Governo. Quali miracoli compiva la Calligrafia nelle quiete e ordinate stanze dei Palazzi al tempo dell’amatissimo Imperatore Francesco Giuseppe. Con quale virtuosismo degno di grandi artisti un umile copista trasformava una modesta lettera d’ufficio in un capolavoro audace; le parole trite e ritrite, che suonavano all’orecchio monotone e tediose, si trasformavano per merito di certi guizzi di penna in allegre e spumeggianti note di Strauss.

La Calligrafia per anni era servita alla Maestra fascista quale severa vestale dell’Educazione perfetta.

Un’asta dritta della t o della i, un cerchio armonioso della o, un ricciolo grazioso della a, una morbida e sinuosa curva della f e della g valevano un OTTIMO sul quaderno.

Alla Maestra Fascista era noto che le parole avevano anche un significato, ma era la Calligrafia che dava loro un valore vero.

Era la Calligrafia che permetteva di giudicare se un bambino sarebbe diventato un buon cittadino. Non era forse vero che gli scolari con brutta Calligrafia (la maestra non sapeva di greco e quindi che la calligrafia non poteva essere brutta) erano i più indisciplinati, i più riottosi ad obbedire, i più litigiosi, i più arroganti e quasi ribelli?

E non era vero che i primi della classe, i più studiosi, i più disciplinati e diligenti erano quelli che sapevano maneggiare con più destrezza la penna col pennino?

Come al mercato una zingara chiromante leggeva dai segni della mano il destino in amore di una giovane donna, così la Maestra fascista divinava il futuro contando semplicemente il numero delle macchie sulla pagina del quaderno.

La Maestra fascista diceva ai suoi attenti scolari: “Qual è il cavaliere più coraggioso, quello che vince tutte le battaglie?” E dopo un ben calcolato silenzio, ella stessa rispondeva: “Il cavaliere senza macchie e senza paura.”

Il cuore innocente dei bambini aveva un sussulto. Curvi sul banco, essi impugnavano la penna orribilmente mordicchiata, aggiustavano il pennino e iniziavano asperrime zuffe con le lettere dell’Alfabeto.

Quanto sudore sulle pagine a righe! Per questo il Leopardi le chiama sudate carte.

Ora l’arrivo della penna biro dall’America protestante faceva crollare un poderoso edificio costruito nei secoli dalla Vecchia Europa Cattolica.

I preside tuonò: “No! La penna biro non entrerà nella Scuola.”

Il Preside, curioso a dirsi, era il nipote della Maestra Fascista.

Egli da giovane frequentava il seminario e d’estate visitava la zia e la vedeva esaltarsi di fronte a quelle forme divine in cui ella amava specchiarsi.

Egli intuiva che come gli dei sull’Olimpo si nutrivano d’ambrosia, la vecchia zia si cibava della Calligrafia: necessario alimento con cui sostentare la vita rinsecchita, di lei donna senza figli. Nelle lettere dell’Alfabeto ella trovava un tepore, un affetto altrimenti negato.

Benché in pensione, la zia Maestra accudiva ad alunni capaci, anche poveri ma volonterosi, e ad essi insegnava senza chiedere alcuna mercede i più segreti virtuosismi dell’Alfabeto e premiava i successi anche minimi con cioccolatini e caramelle.

Il nipote uscito di seminario aveva completato gli studi nel severo Tito Livio patavino, ma continuava a visitare la zia, che nel salotto sfogliava i quaderni ingialliti dei vecchi alunni e si beava e diceva: “Guarda che ricciolo! Guarda che aste perfette!”

E morendo proprio al nipote aveva lasciato un capace cassone pieno di quaderni appartenuti a generazioni di alunni.

Come poteva dunque il Preside, con tali memorie di affetti, tradire la Calligrafia?

Poteva egli venir meno al dovere del Pedagogo di indicare ai giovani le vette più eccelse, invece che accettare di poltrire in una uniforme pianura insignificante?

Perché egli intuiva che la penna biro avrebbe distrutto non solo il suo passato, ma l’avvenire di tanti giovani traviati dall’America.

L’America! La democratica America voleva eliminare la Calligrafia, la quale sola rende audace e ardimentoso l’uomo.

L’America con la sua fretta di facili guadagni, Auri Sacra fames quanto sei moderna! Ma i moderni barbari conoscevano Virgilio? Essi predicavano la monotona uguaglianza perché con la penna biro tutte le mani, anche le più maldestre, avrebbero tracciato gli stessi segni!

I giovani professori, araldi della Modernità, in nome della Democrazia, dicevano: “La calligrafia è troppo difficile, non è fatta per tutti”.

Ma certo, la Calligrafia è difficile. Chi lo nega?

Ma certo, la Calligrafia è una disciplina ardua, impervia.

Ma forse che la vita tutta non è un continuo cimento, una lotta senza tregua contro le Avversità, e i Numi e il Fato?

Ma non è pur vero che la SCUOLA ha il compito Sacrosanto di inculcare nei giovani la Verità, e cioè che la vita è fatica, che lo studio è sudore, che il lavoro è un giusto castigo per la colpa originale, e dunque la Scuola vera deve additare, spronare, incitare alle vette sublimi del Sapere e in particolare agli esercizi tormentosi della Calligrafia!

Per lunghi secoli nelle vene dell’Europa era corso l’inchiostro che goccia a goccia scendendo nelle penne col pennino aveva nutrito la CULTURA.

Ed ecco, un fatale giorno apparire all’orizzonte una giovane, barbara, sprezzante America, eccola pronta ad attaccare la Vecchia Europa con le sue penne biro.

Il Preside si sentiva come l’infelice Cassandra sulle mura di Troia. Egli guardava le schiere della Modernità assediare la Scuola da ogni parte, sempre più numerose, più agguerrite, più insolenti.

Quante quotidiane sconfitte. Il grembiule nero, severa divisa nei maschi, abbandonato; il grembiule rosa nelle femmine, vilipeso, e nei bottoni e nei colletti. Professori i quali, neglette le giacche austere di un tempo, si presentavano in classe in sgargianti maglioni da sciatori; professoresse le quali, dimentiche che il loro vestire sarebbe stato esempio alle tenere scolare, sfoggiavano audaci camicette senza maniche, capigliature irriverenti e financo licenziosi rossetti.

E tutta questa Decadenza dei costumi nel Tempio della Scuola, dove e il vestire e il portamento e la parola dovevano essere esempio alla gioventù.

Egli solo avrebbe pugnato, non avrebbe accettato quell’insolente proposta, mai avrebbe permesso che nella sua Scuola si scrivesse con la penna biro e quasi con furore afferrò la sua stilografica e, questa volta di suo pugno, non facendola battere a macchina dalla sua fedele segretaria, scrisse una Circolare.

Il succo era tutto in queste parole: “No! La penna biro, mai!”

E per giustificare una decisione così draconiana, alla fine della Circolare scrisse una frase lapidaria, che aveva la fermezza di un imperativo categorico di Kant: “La penna biro non è educativa.”

A qualche genitore perplesso il Preside spiegò, con diplomazia ma pur anche trattenendo la collera, che di principio egli non era contrario all’invenzione americana.

La penna biro da un certo punto di vista era cosa buona. Buona per essere usata dai bottegai, dagli artigiani, dal popolino.

Al Preside certamente erano presenti le parole di Cicerone il quale, a proposito delle Artes Liberales e Illiberales, proprio questo affermava: che degni dell’uomo libero sono la proprietà terriera e fra le Arti il Grande Commercio, ma soprattutto l’OTIUM, cioè il tempo consacrato alle Lettere.

Il Preside concedeva che la penna biro fosse usata anche negli uffici delle fabbriche, dove tutto è mercificato e dove il Bello è umiliato e deriso. “Il demone della fretta – diceva il Preside con mestizia – rendeva tutte le cose così uguali. Con la penna biro sarebbe successo anche per le lettere dell’Alfabeto”.

Egli avrebbe voluto soggiungere che era fermissimamente convinto che la democrazia, cioè l’uguaglianza tollerata nell’umano consorzio, non si addiceva allo scrivere. Ma si tacque, memore dell’antico adagio: non date ai porci le pietre preziose.

Nella Scuola si continuò adunque per altro lasso di tempo ad usare la penna con il pennino. Si continuò a respirare l’odore dell’inchiostro, si continuò a godere del fruscio della carta assorbente che annunciava un lavoro compiuto; si continuò a trepidare per ogni macchia sul quaderno di Bella, cancellata col batticuore: si vedrà, non si vedrà?

Ma l’America era potente. L’America protestante invase il mercato con penne biro sempre meno costose, e molti professori giovani ne furono allettati e riuscirono ad introdurla nella Scuola con un sotterfugio.

Essi erano obbligati a consegnare al Preside solo la Bella dei compiti; ma se avessero concesso ai ragazzi il permesso di scrivere la Brutta con la penna biro non avrebbero calpestato i sacri regolamenti.

La decisione rese felici gli scolari, che gridarono “evviva!” Come i prigionieri all’annuncio della liberazione dalle catene.

Ma al Preside non sfuggì l’inganno e, memore di Omero, lo equiparò al cavallo di Troia dell’astuto Ulisse.

Tuttavia pur tra molti sospiri, fu convinto dai genitori a firmare una tregua.

Il compromesso fu sancito da una nuova Circolare, la quale pur ribadendo l’incrollabile valore della Tradizione, che doveva essere salvaguardata a tutti i costi, temperava la severità della precedente: la Bella si doveva scrivere rigorosamente con la penna munita di pennino, con la benevola concessione di considerare lecito, per chi lo volesse, scrivere la Brutta con la penna biro americana.

La diga era rotta. Poi si sa… arrivò il '68. La penna munita di pennino fu spazzata via come un fuscello al passare del ciclone.

Sui muri di Parigi, di Roma e di Montebelluna apparve la scritta, memorabile: La penna biro al Potere.

Abbandonata la penna col pennino, con la biro la Licenza ebbe il sopravvento. I compiti di Bella, che un tempo, negli alunni più virtuosi si specchiavano nelle forme perfette che quasi idee platoniche risiedevano nell’Alfabeto dell’Iperuranio (?), si trasformarono, per la sciagurata fretta importata dall’America, in consonanti sciancate, in vocali quasi cieche, insomma le pagine di quaderno si presentavano allo sguardo smarrito del Preside come una desolante Corte dei Miracoli.

America!”, diceva tra sé e sé il vecchio Preside, cui la Pensione appariva ormai liberatrice, l’ultimo porto dopo infinite procelle, “America, hai vinto! E tu, Vecchia Europa, piangi su te stessa. Un giorno forse ti ravvederai. Perché il futuro sarà per te solo lutti inenarrabili, e pianti e rovine”.

Created by aldo
Last modified 2006-10-06 05:25 PM
 

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