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DALLA PANCIA CONTADINA

DALLA PANCIA CONTADINA AL MONDO GLOBALIZZATO

Capitolo i

L VENETO E' UN INSIEME DI PICCOLE PANCE CONTADINE

I Veneti, per secoli, sono vissuti dentro il pancione di una Grande Madre Contadina. Naturalmente il pancione non era uguale per tutti. I nobili, i borghesi e gli intellettuali viaggiavano, si spostavano da Venezia  Padova, Verona, Treviso, Vicenza alle loro ville disseminate nella terraferma; essi avevano una visione ampia e varia del territorio. 
Il pancione in cui vivevano i signori era quello magnificato dal Ruzante, il quale per descrivere la bellezza e la ricchezza della campagna veneta, nel suo discorso al Barco della Regina Caterina Cornaro, a tre miglia da Asolo, dopo aver elencato i frutti, gli animali, gli uccelli, si sofferma sulle donne. “Sono davvero belle, tutte belle le nostre femmine!”, esclama il Ruzante, esaltandone i  piedaccioni larghi e fermi, le gambe grosse, le cosciotte dure da pizzicare, e “la pancia rotonda, pancia da portar tre putti in un portato”.
La Pancia in cui vivevano i contadini e gli artigiani veneti non aveva le dimensioni di una regione e neppure di una provincia. Non era né il Pavano, né la Marca gioiosa et amorosa. E benché fossero tutti cristiani, protetti dal liquido amniotico della stessa Chiesa, i contadini e gli artigiani non si sentivano figli di una Pancia Universale grande come la Chiesa.
Per vivere il senso della comunità  essi avevano bisogno di una Piccola Pancia. Per questo motivo è più corretto affermare che il Veneto contadino non era una Grande Pancia, ma un insieme di tante Piccole Pance.
Noi percepiamo lo spazio che ci circonda in due modi: l’uno che permette, da fermi, di costruire tutt'intorno cerchi concentrici successivi che vanno attenuandosi fino ai limiti estremi dell'ignoto (spazio radiale); l'altro dinamico, che consiste nel percorrere lo spazio prendendone via via coscienza in modo lineare (spazio itinerante).
Lo spazio della Piccola Pancia Contadina aveva le dimensioni di una Parrocchia ed era “spazio radiale” che si poteva percorrere a piedi o con il carro tirato da buoi in una giornata. Era il tempo necessario per recarsi dalla casa alla chiesa, alla bettola, al mercato, al cimitero. 

II

I VALORI

Facciamo un’ecografia a questa Piccola Pancia e cerchiamo di capire quali fossero i valori che costituivano la placenta di cui si nutrivano i figli contadini  e artigiani.
In primis c'era la Natura. La Natura della Piccola Pancia Contadina non era paesaggio incontaminato, aria salubre e uomini che crescevano forti e vigorosi. Corrotta in seguito al peccato originale, nella Natura erano stati introdotti il dolore e la morte. La Piccola Pancia sperimentava questa verità in modo drammatico.
La Natura dei nostri Padri  era avara. Essa non donava frutti con magnanima spontaneità come nel Paradiso terrestre. La Piccola Pancia Contadina provava sovente gli spasmi della fame perché le carestie, fino a tutto il secolo XIX, accadevano con una terribile regolarità. Come ai tempi del Ruzante. Nel suo Mènego, "dialogo facetissimo et ridiculosissimo" (1528),  la carestia è presente dal principio alla fine; “pare”, dice il Lovarini, “non vi si possa parlar d’altro: se ne parla per lagnarsi o per consolarsi e per ridere anche".
Per i Montebellunesi del secolo XIX le cose giravano non molto diversamente. La pellagra interessava il 20% della popolazione e la mortalità infantile, durante i mesi invernali, raggiungeva il 50%. Sono percentuali superiori a quelle tragiche dei paesi sottosviluppati del XX secolo.
La Natura era magica. Per la Piccola Pancia Contadina veneta valgono le  considerazioni scritte da Robert Muchembled sulla società agricola dell’ancien regime.
Muchembled sostiene che, sotto la vernice cristiana, nella cultura contadina apparivano un insieme di credenze, di tabù e di riti che intridevano le devozioni popolari, e che i riformatori protestanti e cattolici definivano diabolici e superstiziosi. Tali riti e tabù dimostravano che il cristianesimo era stato inghiottito dalla cultura popolare rurale e integrato in una visione del mondo animista e vitalista.
Infatti la vita quotidiana era influenzata da numerosissime superstizioni e credenze che riguardavano gli  usi nuziali, funerari, battesimali. Non mancavano gli Incantesimi e le Stregonerie.
Il secondo valore era costituito dalla Religione, che permeava la vita dei cristiani dalla culla alla tomba. Su questo tema ho scritto Integralismo Cattolico Asburgico, al quale rimando i lettori.
Il terzo valore era racchiuso in un Libro che, a differenza della Bibbia, non aveva autori: la Tradizione, chiamata anche Consuetudine
La Tradizione era l’insieme delle norme che ogni generazione tramandava oralmente alla generazione successiva; norme che stabilivano cosa i contadini e gli artigiani potevano fare e non fare. Era soprattutto un codice d’onore.
Lo storico Tucidide, riferendosi agli Ateniesi del V sec. avanti Cristo, parla di “istituzioni...che pur non essendo scritte, portano a chi le infrange una vergogna da tutti riconosciuta”.
Ecco, se la Chiesa puniva con la penitenza e il Potere con la prigione, la Consuetudine puniva con la disapprovazione e il rossore.
La Natura, la Religione, la Tradizione contribuivano a creare e a rafforzare nelle menti di chi viveva nella Piccola Pancia Contadina il convincimento dell’Ecclesiaste: “Nulla di nuovo sotto il sole.”
Nella piccola comunità  la condivisione dei valori era tale che il dissenso era impossibile. Chi non era d’accordo veniva percepito come un traditore.
Andrei, un personaggio della commedia le Tre sorelle di Cechov, al IV atto fa queste considerazioni sui suoi concittadini: “Non fanno che mangiare, bere, dormire, poi muoiono… ne nascono altri che pure mangiano, bevono, dormono e che per rimbecillire di noia variano la vita coi loro stupidi pettegolezzi, con la vodka, le carte, gli intrighi.”
Il russo Andrei viveva in una città di centomila abitanti e apparteneva alla borghesia. Era una persona istruita, leggeva i giornali, ed era in grado di avere una visione meno ristretta di quella di un contadino o di un artigiano di Montebelluna. Eppure lamenta che fra i centomila abitanti “non ce n’è uno che non sia uguale”.
L’ideologia della Piccola Pancia Contadina non amava l’originalità. L’essere diversi,  il discostarsi dalla regole era visto con sospetto.
C’era una ragione sottile che contribuiva a rendere sospetto ogni atteggiamento originale, era la paura dell’eresia. Il buon cattolico seguiva la Dottrina della Chiesa e non la interpretava a suo piacimento. Questo atteggiamento culturale penetrava le coscienze e si applicava a tutte le manifestazioni della vita sociale.
L’uniformità del vestito che veniva imposto ai bambini esposti, allevati nelle Case, era l’emblema della uniformità dello spirito. Essere rispettosi delle regole era la creta che formava i buoni cittadini.
Nella Piccola Pancia Contadina tutta la Comunità era nutrita  della stessa placenta e tutti coloro che vivevano protetti dal liquido amniotico della Chiesa dovevano adeguarsi. Conformarsi.
Forse per questa ragione qualche malevolo sostiene che i cristiani veneti, cresciuti nelle Piccole Pance Contadine, erano conformisti.


III

L'ETICA DEL LAVORO CATTOLICA

Fino a qualche tempo fa, oggi è meno frequente, la risposta del veneto quando veniva chiamato era quasi per reazione pavloviana: “Comandi!”. Perfino il saluto universale che la lingua veneta ha insegnato al mondo,  “ciao”, vuol  dire schiavo, servo suo.
Da cosa aveva origine questa peculiarità dei Veneti? Quali sentimenti profondi, inconsci, facevano scattare nel veneto questa  pronta disponibilità ad obbedire? Sarà utile fare una breve esplorazione nell’immaginario del veneto che abitava nella Piccola Pancia Contadina.
L’immagine onnipresente, che testimoniava come la religione permeasse ogni aspetto del paesaggio e della vita, era quella della croce. La croce resta anche oggi il simbolo più diffuso della cultura veneta, non si sa quanto per tradizione e quanto per convinzione.
Nel secolo XIX la croce era l’ombelico della Piccola Pancia Contadina. La croce brillava sulla punta del campanile, si incontrava ai crocicchi delle strade, aveva il posto d’onore in cucina, in camera sopra il letto; nella stalla proteggeva gli animali, nei campi la fatica del contadino, nella bottega il lavoro dell’artigiano.
La croce  accompagnava ogni momento della vita. Una croce tracciata con l’acqua santa segnava l’ingresso col battesimo nella vita; una croce sulla fronte con l’olio dell’estrema unzione rappresentava l’addio alla vita.
L’immagine del crocifisso seguiva come un’ombra, passo dopo passo, giorno dopo giorno, chi abitava nella Piccola Pancia Contadina.
E qual era l’insegnamento più profondo del simbolo cristiano per eccellenza?  Lo  riassume San Paolo nella lettera ai Filippesi, laddove ricorda che Gesù: “Si umiliò facendosi ubbidiente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome”.
Monsignor Dalmistro così rappresentava ai Montebellunesi il comportamento dei primi cristiani: “li avreste veduti ilari e volenterosi occuparsi ne’ lavori de’ pubblici edifizj, nello scavamento delle miniere, e indossarsi ad un cenno delle autorità civili, dalle quali erano comandati, la militare casacca, e marciar contro a’ nimici di chi dominavali, o piuttosto tirannescamente opprimevali”.
Le parole del Prevosto di Montebelluna pronunciate nel 1808 (il discorso è pubblicato nel volume Lettere all'Autorità) erano una citazione aggiornata di quelle di San Paolo.
Ad ogni segno di croce il cristiano ricordava a se stesso in modo più o meno consapevole che doveva obbedire. Infatti i santi, considerati i campioni, gli eroi della vita cristiana, in quale virtù avevano dimostrato di eccellere?  Nell’obbedienza.
A cominciare dalle innumerevoli schiere dei martiri, di coloro che si erano immolati a causa della parola di Dio, il cui sacrificio veniva esaltato negli affreschi e nei quadri delle chiese, con i colori e le forme stupende di artisti sommi.
Quali erano i miracoli più conosciuti dei santi più cari all’anima popolare? Tra i prodigi di santa Rita, celeberrimo era  la germogliazione dello sterpo di vite secco innaffiato e curato quotidianamente per obbedienza e le rose fiorite fuori stagione.
Di Sant’Antonio da Padova,  il Santo per antonomasia, le virtù più celebrate erano l’umiltà e l’obbedienza. “L'obbedienza”, scrive Sant’Antonio, “innalza l'uomo al di sopra di se stesso e gli rende luminoso il cammino della santità, anche se fra le sue doti l'obbedienza deve annoverare quella di essere cieca”.
Per raggiungere il Paradiso c’era dunque una strada maestra, sicura e collaudata da migliaia e migliaia di santi: quella dell’obbedienza.
Tra i paladini dell’obbedienza c’erano anche le Anime Purganti, che si aspettavano dai parenti preghiere e messe in suffragio. Ogni mattina molti cristiani della Piccola Pancia Contadina incominciavano la giornata assistendo a una messa per i defunti. E qual era il loro insegnamento? La pazienza, la rassegnazione.
La rassegnazione era l’unica condizione della coscienza che, se abbracciata totalmente, dava un senso al destino umano. Nella Piccola Pancia Contadina tutti professavano questa filosofia.
I famigliari, i parenti, i vicini come interpretavano una disgrazia, una malattia, una sfortuna sul lavoro, una grandinata, la perdita di un vitello, l’abbandono della fidanzata? Come un castigo di Dio. Un castigo sempre meritato. Perché all’origine c’era sempre un peccato: che è una disobbedienza fatta a Dio e alla sua Legge.
(I religiosi musulmani hanno spiegato che lo tsunami, quello che nel dicembre del 2004 ha devastato l’Asia, è stato un segno divino di disapprovazione della corruzione portata dall’Occidente.)
La religione cristiana non solo inculcava nei fedeli il dovere di obbedire, ma ne forniva anche la ragione teologica. Col peccato di Adamo l’umanità si era degradata. Il genere umano era diventato massa di dannazione, che solo il sacrificio di Gesù sulla croce aveva riscattato. Per questo i cristiani dovevano sempre obbedire. In ogni momento della loro vita.
Come comportarsi con le Autorità Civili la Chiesa lo insegnava da secoli, usando le parole di San Paolo: “Ognuno sia sottomesso alle Autorità che sono al potere; poiché non c’è autorità che non venga da Dio. Chi dunque si schiera contro l’Autorità, si pone contro l’ordine stabilito da Dio;  i ribelli si attirano sul capo la loro condanna.”
A guidare la condotta nell’ambito famigliare c’era il  IV comandamento, il quale ordinava di onorare il Padre e la Madre. Sul lavoro era ancora san Paolo che tracciava la retta via: “Servitori, obbedite ai vostri padroni”.
Ma Dio stesso in persona aveva definito l’etica cattolica del lavoro. Al momento di cacciare Adamo dal paradiso terrestre era stato esplicito: "Lavorerai col sudore della tua fronte."
Ecco il marchio indelebile dell’etica cattolica, stampigliato col fuoco delle parole sacre e infallibili della Bibbia sulle carni del lavoratore. Un’etica che ha forgiato nei secoli schiere di contadini mansueti, di emigranti disponibili ad ogni umiliazione, di truppe obbedienti fino al massacro nella guerra in trincea, di masse operaie laboriose, devote e sottopagate.
Se il lavoro era una punizione aveva senso lamentarsi perché le condizioni erano dure? Se il lavoro era sacrificio era legittimo chiedere il rispetto di un orario?
Il Padrone, in quanto rappresentante di Dio, era un suo strumento per espiare la colpa originale. Per il lavoratore veneto cresciuto nell’Etica Cattolica il salario era un dono. Non un diritto. Ed il Padrone era il Padre benefico.
Si obietterà che la Chiesa tra i suoi precetti aveva anche quello della “giusta mercede all’operaio”. Ma a chi spettava di definire la giusta mercede?
Nella miserabile società contadina il lavoro era scarso.  Per questo lavorare era una Grazia. Il fittavolo, oltre all’affitto firmato con una croce nel contratto, faceva al suo Padrone anche delle regalie, perché così voleva la Consuetudine.
Qualcuno si domanderà: quest'etica cattolica del lavoro interessava solo le classi inferiori, quelle dei contadini e gli artigiani?
Per dare un risposta a questa domanda uso le parole di una Circolare diramata ai tempi dell'Imperatore Francesco Giuseppe, la quale spiegava in modo molto chiaro ed esplicito per quale ragione gli impiegati, i funzionari e in genere i servitori dello Stato dovevano lavorare: “Voi servite non già per la paga, ma per il vostro dovere”.
Questo pensiero che emana un profumo intenso di Kant era stato formulato dopo i fatti del 1848. In occasione della Rivoluzione il Governo aveva constatato con amarezza che si erano affievoliti i principi e si era allentato il freno del dovere.  Una gran parte degli impiegati si era sentita “sciolta da ogni obbligazione verso il Sovrano per il solo fine di conservarsi lo stipendio”.
Il cattolicissimo Imperatore d'Asburgo ritenne opportuno precisare che l’uomo d’onore doveva essere pronto a tutto e tutto sopportare “sino anche l’indigenza, pel suo dovere e pel suo giuramento”. L’orario poteva bastare, ma se il servizio lo richiedeva “non v’ha limite di tempo per esso”.
Cambiava l'orchestra, ma non la musica.
Alla classe media il Super Io si rivolgeva con accenti presi in prestito da Kant; con le classi popolari (contadini e artigiani) usava invece in modo più diretto le parole della Sacra Bibbia e i precetti della Chiesa.
La quale Chiesa, col suo liquido amniotico, proteggeva e temperava le asprezze delle disgrazie, delle carestie e dello sfruttamento con la Beneficenza.
Con l'industrializzazione, le condizioni della Piccola Pancia Contadina non cambiarono. Il lavoro continuava a scarseggiare. E chi non aveva il coraggio (o la disperazione) di emigrare doveva rassegnarsi. Se il Padrone, dando loro lavoro, faceva la Grazia agli operai, era cristiano lo sciopero?
In questi termini, l’Etica Cattolica, che costituiva la placenta nell’utero della Piccola Pancia Contadina, sembrerebbe solo o soprattutto uno strumento di sfruttamento.
La verità è che il primo a praticare quest’etica del lavoro era l’artigiano. Il primo condannato a lavorare come un dannato era il Padrone. In qualche misura l'influenza di questa Etica del Sacrificio è durata fino ad oggi. Almeno nelle generazioni dei più anziani.
Il metalmezzadro negli anni del boom faceva dono al suo Padrone del lavoro straordinario. Non era scritto nel contratto. Era una consuetudine, faceva parte dell’Etica Cattolica. Il Padrone lo ricompensava con qualcosa fuori busta.
La voglia matta di lavorare di tanti imprenditori e artigiani  veneti all’inizio del Terzo Millennio affonda le sue origini in questo gigantesco senso di colpa, in questo onnipresente, potentissimo, ossessivo Super Io cattolico.

IV

Il MONDO

Fuori della Piccola Pancia Contadina c’era il MONDO dove vivevano i Forestieri. I Forestieri (i foresti) per eccellenza erano i soldati che requisivano animali, fieno, vino, carri quando scoppiavano le guerre.
(Su questo tema si leggano le pagine Documenti sulle guerre dal 1812 al 1918, pubblicato da Montebelluna Sportsystem e Distretti Italiani).
Forestieri erano i pastori che con le loro greggi venivano a svernare in pianura e rovinavano i raccolti. Forestieri erano i girovaghi, che vivevano di furti; e in generale le persone di malaffare.
Ma forestieri erano anche i cristiani che vivevano all’ombra di altri campanili. Pregavano gli stessi santi; coltivavano lo stesso frumento e lo stesso granoturco; allevavano gli stessi maiali e le stesse galline. Ma chi li conosceva? Chi garantiva per loro? Vivessero dunque nelle loro Piccole Pance. Ogni Piccola Pancia aveva i suoi confini invalicabili e guai chi non li rispettava.
Il MONDO era soprattutto sinonimo di Città. E la Città era così diversa dalla Piccola Pancia Contadina! La Città era piena di idee contro la Religione. La Rivoluzione non era stata un’invenzione forestiera? I carbonari, i liberali non erano tutti cittadini forestieri? Alla larga! Il fatto che una ragazza, andata a servire in città, ritornasse al paese incinta, e con la condanna di non trovare più uno straccio di uomo che la sposasse, non era forse una prova (il Parroco lo predicava con accenti cupi dal pulpito) che aveva ceduto alle lusinghe del Mondo?

V

LE COSE BELLE DEL MONDO.
IL VENETO DELLE VILLE

Il MONDO delle Città aveva portato nella Piccola Pancia Contadina alcune cose belle. Era il caso di dirlo perché riguardavano la BELLEZZA. I signori Conti e Marchesi dai nomi sonori come Correr, Pisani, Grimani avevano costruito in mezzo ai campi, ai piedi delle colline, tra un fiume e un ciuffo di bosco, le loro ville impreziosite di affreschi, circondate da giardini adorni di statue e di fontane. I pochi contadini che erano andati a Venezia raccontavano che la Città dei Signori era fatta di palazzi e di chiese uguali alle chiese e alle ville della Piccola Pancia Contadina.
In fatto di Architettura, di Pittura, in fatto di Bellezza gli analfabeti contadini e artigiani veneti erano all’avanguardia. In fatto di Estetica potevano gareggiare con qualunque cittadino. I loro maestri avevano il nome di Palladio, di Veronese, di Tiepolo.
Siccome i contadini e gli artigiani frequentavano le  stesse chiese dei Signori e lavoravano nelle loro magnifiche ville, i capolavori di questi sommi artisti erano il loro pane quotidiano. Tanto che certe case, povere e umili, avevano trifore gotiche, i capitelli sparsi nei campi erano piccoli gioielli di arte popolare che non mancava di gusto. Perfino certi tetti di stalla erano più belli e armoniosi dei villini presuntuosi degli anni del Boom.


VI

IL CULTO DELLA BELLEZZA.                                     IL PAESAGGIO COME SCUOLA

Un tempo, se un figlio batteva la fiacca nel compiere il suo dovere, il padre lo rimproverava dicendo: “Studia! studia!” Per “studia” non intendeva l’atto intellettuale di chi legge o scrive o fa i compiti; ma quello di chi ce la mette tutta a lavorare.
Lo studiare era un atto pratico, un’azione. Quelli che noi chiamiamo distretti industriali non sono altro che i capitoli del Grande Poema del lavoro veneto. Lo “studia! studia!” significava “fa! fa!”
Per secoli il fare (costruire e fabbricare), è stato rispettoso del Paesaggio, anzi diventava continuamente Paesaggio. Nessun veneto, aristocratico o contadino, si sognava di deturpare il Paesaggio per costruire una casa o una villa, un fienile o un giardino.
In questo modo dal 1500 al 1800 i Veneti hanno inventato, costruito, modellato il loro Paesaggio nel quale Natura e Uomo trovavano un’armonia rara.
La cosa straordinaria era che tutto questo non accadeva in un’atmosfera idilliaca. I rapporti tra possidenti e lavoratori della terra erano spesso duri, e in certi periodi durissimi. La Giustizia era offesa. Verrebbe da pensare che gli umiliati e offesi delle Piccole Pance Contadine per reazione e per protesta avrebbero dovuto disinteressarsi della Bellezza. Con diritto – pensano i Moderni - i poveri affamati avrebbero potuto reclamare: prima dateci da mangiare e dopo pensiamo alle cose belle.
Invece i nostri antenati, miserabili, pellagrosi e analfabeti, avevano un tale riguardo, una tale passione per la Bellezza, che la consideravano addirittura più importante della Giustizia.
Si dirà che era una sovrastruttura della classe dominante. Sarà anche vero. Certo, fa impressione vedere con quale gusto i nostri Padri fabbricassero anche gli oggetti più umili, quelli che venivano usati nella vita quotidiana. E che lezione per i Moderni, che in nome di interessi immediati e meschini hanno ferito il Paesaggio in maniera così  insensata e volgare.
Forse il rispetto della Natura che avevano i nostri Padri nasceva dal fatto che essi la consideravano un’epifania, una manifestazione della Divinità.

 

VII

IL MERCATO

Il mercoledì, ogni mercoledì da diversi secoli, al Mercato il MONDO entrava nella Piccola Pancia di Montebelluna. Erano forestieri che venivano da altre Piccole Pance della Pedemontana, delle montagne feltrine, o dalla Città di Treviso. Ma erano forestieri conosciuti. Erano quasi sempre gli stessi, soprattutto i commercianti di animali e granaglie. Era un MONDO controllato. Su di loro vigilava severa l’Autorità.
Certo, la Piccola Pancia si nutriva anche di novità forestiere. Ma come il cibo arriva alla placenta masticato dalla madre, così le idee nuove venivano metabolizzate dalla Tradizione. E con i tempi lunghissimi che erano propri della Tradizione.
Le patate, portate da Cristoforo Colombo, dopo tre secoli dalla scoperta dall’America, non venivano mangiate dai Montebellunesi, che si limitavano a darle alle pecore del conte Onigo di Pederobba. Cosa insegnava la Tradizione? Che di una pianta si mangiano i frutti, non le radici!
Dunque, ogni mercoledì la Piccola Pancia di Montebelluna accoglieva con simpatia e interesse nel suo mercato i forestieri che scendevano dalle montagne: erano forestieri rispettosi della Tradizione e degni di fiducia. Per loro i calzolai di Montebelluna avevano un occhio di riguardo e da secoli fabbricavano zoccoli, gallozze, dalmare.


 

Created by aldo
Last modified 2006-10-06 04:00 PM
 

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