Storie d'onore
Aldo Durante
STORIE D'ONORE
Commedie in poche battute
Montebelluna Sportsystem Distretti Italiani
Copyright© Sportsystem Montebelluna
Villa Zuccareda Binetti 31044 Montebelluna
Tel 0423-303282
e mail: info@montebellunadistrict.com
Vietata la riproduzione senza autorizzazione scritta dell’autore.
PREMESSA
Quando la società offre parecchie opportunità, gli individui non danno molta importanza alla forma; le possibilità di mutamento rapido non esigono definizioni rigide di rapporti.
In una società statica, invece, tutte le energie degli individui, le loro aspettative si rivolgono agli usi e costumi che organizzano la vita com’è nei suoi molteplici aspetti. La società va avanti come un orologio: le buone maniere servono di protezione, e danno anche un senso di stabilità.
Nella società di massa l’uomo è portato ad esagerare la singolarità e l’unicità in modo da conservare la sua personalità; egli è quasi costretto ad esagerare questo elemento personale in modo da rimanere intellegibile almeno a se stesso.
Nella Piccola Pancia Contadina non occorreva sbizzarrirsi per distinguersi perché l’esiguo numero di componenti della comunità in cui si viveva, l’assiduità con cui ci si frequentava permettevano di essere egualmente riconoscibili.
L’individuo affermava la propria personalità esigendo il massimo rispetto del codice di comportamento che veniva trasmesso, immutabile, di generazione in generazione, da tutti i membri della collettività.
Chi veniva trattato dagli altri secondo questo “codice”, era considerato una persona onorata.
Nella prima Massima de l'Arte di farsi rispettare Schopenhauer afferma che l'onore è l'opinione che gli altri hanno di noi, cioè l'opinione generale di coloro che sanno di noi: più precisamente è l'opinione generale che coloro che ci conoscono hanno del nostro valore sotto un qualche aspetto che va preso in seria considerazione, e che determina i diversi generi dell'onore. In questo senso si può definire l'onore come il rappresentante del nostro valore nei pensieri altrui.
L'opinione della gente si basava solo in minima parte sul rispetto della Legge. Vi erano casi in cui la Legge e la Tradizione imponevano comportamenti contrapposti, ed era la seconda ad avere la meglio.
La Legge puniva con una multa o con la prigione, la Tradizione con la riprovazione e il rossore di cui parlava Tucidide.
Con le Storie raccolte in questo breve saggio continuo il mio viaggio alla ricerca delle origini del Distretto, e cioè di una piccola comunità, che aveva per fondamento la condivisione di alcuni valori, fra i quali fondamentale era il senso dell'onore.
Per i fittavoli, artigiani e bisnenti, segnati dal destino a vivere poveri, l’onore era il bene più prezioso da difendere, tanto che avrebbero potuto far loro il motto del re di Francia Francesco I: “Tutto è perduto fuorché l’onore.”
***
Il punto di partenza di ogni “storia d'onore” è un fatto realmente accaduto e giunto fino a noi o sotto forma di lettera (nel qual caso il narratore è spesso anche protagonista della vicenda) o sotto forma di verbale dell'Amministrazione Pubblica. In particolare la registrazione di quello che accadeva nella Piccola Pancia Contadina alla gente comune, in stragrande maggioranza analfabeta, era affidata al Segretario Comunale.
La scelta di usare la tecnica drammaturgica nasce dal desiderio di “alleggerire la forma” che nei documenti scritti dalla burocrazia risulta piuttosto ostica al lettore non addestrato.
Qualche pennellata al quadro è frutto della fantasia, ma i veri autori di queste commedie in poche battute sono i nostri antenati montebellunesi, i quali ci hanno lasciato un patrimonio di piccoli drammi e di curiose follie che ce li rendono vivi ed attuali.
1
LA PROPRIETA'
"La roba e l’onore sono quelle due cose che offendono più gli uomini che alcuna altra offesa, e dalle quali il principe si debbe guardare: perché è (...) non può mai spogliare uno, tanto, che non gli rimanga uno coltello da vendicarsi; non può mai tanto disonorare uno, che non gli resti uno animo ostinato alla vendetta” (Machiavelli, Discorsi sulla prima decade di Tito Livio, III, 6 2).
Nella Piccola Pancia i contadini e gli artigiani potevano sottoscrivere le opinioni del Segretario Fiorentino. Fra i valori culturali preminenti c'era l'attaccamento alla propria “roba” e l'insulto «ladro!» era fortemente lesivo all'onore.
LADRO!
La scena si svolge Mercoledì sera 14 ottobre 1812 nella Bettola di Giovanni Pellizzari detto Sbrega sopra il Mercato.
Scena Unica
Valentino Rizzotto è seduto a capotavola con un boccale davanti. Sta bevendo un gotto di vino con gli amici Giovanni Bonora, Angelo Innocente e Gio Batta Poloni, tutti di Caerano.
Entra Gioacchino Pastro. La sua faccia ha qualcosa di astioso e di allegro. Come il solito è ubriaco.
Vedendo il mugnaio Valentino Rizzotto, Giocchino Pastro comincia a manifestare una visibile eccitazione. Si stropiccia le mani come è solito fare prima di mungere la sua vacca e proclama a voce alta: “Sei un Ladro!”
L' insulto secco, colpisce Valentino Rizzotto come una fucilata.
L'ostessa, una donna grassa con due poppe trasbordanti, raccomanda di star quieti e di non fare sussurri.
Giocchino Pastro guarda la donna.
“Che vacca!” dice con spontanea ammirazione.
L'ostessa, grassona e bonaria, in fatto di onore non accetta scherzi. Brandisce una padella di rame e colpisce la testa del suo offensore.
Giocchino Pastro è sorpreso.
“Scusa – dice – volevo farti un complimento per merito della tua latteria”.
Poi ampolloso, quasi ispirato dice: “Se tu mi volessi bene, io ti sposerei”.
“Sono già sposata” taglia corto l'ostessa.
“Ma tu puoi fare sempre i corni a tuo marito”.
Giovanni Pellizzari detto Sbrega fa finta di non sentire, Giocchino Pastro si siede in un angolo, dove splende una lanterna veneziana.
“Che bella luna!” dice. Si fruga in tasca in cerca di una moneta. “Posso comprarla?”
“La luna non è in vendita” dice l'oste.
“Voglio regalarla a una bella vacca che mi piace. Non posso?”
Si palpa vicino al cuore.
“Mi sento caldo. Si vede che sono innamorato.”
Si rivolge ai presenti nella bettola.
“L'unica creatura che amo è la mia vacca. Sentiste le sue tettone gonfie di latte. Come fa uno a non innamorarsi? Un secchio di latte al giorno mi produce. E poi io faccio il miracolo e lo trasformo in vino”.
Qualcuno ride.
Dopo un silenzio, ricordandosi di Valentino Rizzotto, Pastro gli ripete in tono quasi affettuoso:
“ Ma che bravo ladro!”
Il mugnaio s'inalbera,
“Cosa ti ho rubato?”
“Un sacco vuoto” risponde l'ubriaco.
“Non è vero!”
“Non è vero? È sacro Vangelo.”
L'ostessa cicciona dice al Rizzotto di lasciar perdere e minaccia nuovamente il Pastro con la padella di rame.
Il Pastro sorride languidamente all'ostessa e poi chiude gli occhi e lì, seduto, a bocca spalancata, comincia a russare.
Epilogo
Il giorno dopo. Officio Comunale. Ore tre pomeridiane.
Il mugnaio Valentino Rizzotto si presenta al Podestà di Montebelluna Contarini Gio Batta:
-dichiara che Giocchino Pastro ha avuto la temerità di imputarlo da ladro.
-insta contro l'offensore perché venga proceduto a tenore di Legge, senza peraltro costituirsi parte civile.
Il Podestà redige il Processo Verbale, lo legge al querelante che lo conferma, ma non lo sottoscrive perché illetterato.
L'OMBRELLA TANTO AMATA
Sono le undici di mattina di una calda giornata d'agosto del 1846. Sul sagrato della Chiesa di Santa Maria in Colle numerosi pellegrini si stanno riposando: alcuni seduti all'ombra dei cipressi o sugli scalini del campanile, altri addossati al muro della chiesa. Vengono da Falzè, hanno compiuto diversi chilometri a piedi per chiedere alla Madonna Assunta la grazia della pioggia.
Scena Prima
Il campanajo Dallariva Marcoantonio scorge tra la calca dei pellegrini Marchese Domenico, villico di Casteller. Gli occhi gli sfavillano. Con voce risoluta, come se volesse dimostrare qualcosa di cui è fermamente convinto, dice a voce alta:
“Ladro!”
Il villico Domenico Marchese capisce che il destinatario dell'insulto è lui e comincia ad agitarsi. I suoi compaesani Giovanni Guarnieri e Luigi Gajo, rimangono stupiti.
I numerosi pellegrini di Falzè hanno tutti gli occhi su Domenico Marchese e fanno commenti.
Scena Seconda
Il campanajo Dallariva Marcoantonio, cammina su e giù per la strada che fiancheggia la Chiesa. È molto pallido e getta continue occhiate alla volta del villico Marchese Domenico il quale è veramente sugli spini.
D'un tratto l'aria è scossa dallo stesso insulto: Ladro!
Giovanni Guarnieri e Luigi Gajo, compaesani del Marchese, sono sconcertati.
Domenico Marchese ha il respiro corto per la rabbia.
Quasi preso da una furia incontenibile, il campanajo ripete: “Ladro! Ladro! Ladro!”
I numerosi pellegrini venuti da Falzè per chiedere alla Madonna Assunta sono scandalizzati.
Marchese Domenico, sempre più paonazzo in viso, freme e si contorce le mani. Se non fosse trattenuto dai due compaesani si lancerebbe contro il campanajo per dargli una lezione.
“Ladro! Ladro!” è il grido inferocito del campanaio Dallariva Marcantonio mentre si allontana.
Il ricordo della sua ombrella lo tormenta da una settimana.
Due mesi prima, in occasione dell'ultima pioggia, ricorda lucidamente il giorno e l'ora, aveva appoggiato alla porta del campanile la sua ombrella: era coperta di cotonina con fascia celeste e di vari colori. Marchese Domenico era entrato per salutarlo; uscito dopo aver fatto quattro chiacchiere, l'ombrella era scomparsa.
Scena Terza
Officio della Deputazione Comunale.
Il villico Domenico Marchese chiede che contro il campanajo Dallariva, denigratore del suo onore in luogo pubblico e affollato, venga istituita regolare procedura e quindi sia punito a stretto rigore.
Scena Quarta
Appena scritta la querela del villico Domenico Marchese, il Segretario Comunale vede arrivare il campanajo Marcantonio Dallariva il quale accusa il Marchese di aver avuto la temerità di trattarlo da ladro, e fallito alla presenza di Giacomo Canonico e di Addolorata figlia di Luigi Roda entrambi di Casteller, e quindi insta anch'egli pella regolare procedura contro il Marchese.
Epilogo
Il Segretario Comunale porge la dovuta notizia all'Imperial Regia Pretura per i provvedimenti del caso.
UNA TRAPPOLA PER TOPI
Ottobre 1844.
La scena si svolge un mercoledì mattina, al mercato di Montebelluna.
Personaggi:
Michielin Lorenzo, calzolaio, l'offeso.
Antonio Garbujo, l'offensore.
Alcune centinaia di persone venute al mercato per vendere o comprare mercanzie.
Alcune migliaia di animali di varie specie: maiali, polli, mucche, buoi, cavalli etc.
Scena Prima
Foro boario
Il calzolaio Michielin Lorenzo si trova in compagnia di Severin Antonio del fu Vincenzo negoziante di cavalli, possidente, e di Garbujo Caterina moglie di Giuseppe Beghetto.
Sopraggiunge Antonio Garbujo e con la sua ben nota parlantina comincia col dire che lui di Michielin Lorenzo conosce tutta la vita anche nei minimi particolari.
Non fa accuse a vanvera tanto per gettare in discredito un vicino. Insomma, siccome un cristiano deve sempre dire la verità, è suo dovere informare tutti che Lorenzo Michielin lo ha derubato di una trappola per topi.
Michielin Lorenzo guarda il temerario vicino di casa e lo mette in guardia dall'offendere il suo onore.
Scena Seconda
Piazza dei formaggeri
Antonio Garbuio, circondato da uno stuolo di donne (quelle giovani se lo mangiano con gli occhi perché è un bel ragazzo) dichiara di sapere quel che dice, e ripete il misfatto commesso dal calzolaio Michielin Lorenzo: un danno gravissimo per lui, che sprovvisto di gatti, aveva affidato la sicurezza della sua casa a quella preziosissima trappola per topi in ferro.
Scena terza
Caffè degli artisti
Garbuio incontra nuovamente il negoziante di cavalli Severin Antonio del fu Vincenzo, che sta sorbendo lentamente un caffè. Garbuio Antonio racconta nuovamente il furto perpetrato dal calzolaio Michielin Lorenzo. Sul volto di Severin si dipinge una vivace espressione di curiosità. Egli chiede che sia descritta con minuzia di particolari la trappola per topi in ferro, e in particolare su come funzioni e sull'efficacia del suo utilizzo.
Antonio Garbuio ha la soddisfazione di spiegare che la trappola per topi funziona in questo modo: il peso del topo che si avvicina all'esca fa abbassare una piastra a cui è collegato un arco di percussione azionato da una molla.
L'esca migliore non è, come molti credono, il formaggio, cibo non sempre gradito ai topi, ma il pane o la carne.
Scena Quarta
Antonio Garbuio vede una porta aperta, entra. Gli viene incontro un uomo in mutande, assonnato e con un'espressione seccata.
Antonio Garbuio gli chiede scusa per l'intrusione, teme di aver sbagliato porta, ma prima di andarsene racconta che Michielin Lorenzo gli ha rubato una trappola per topi in ferro.
Scena Quinta
Antonio Garbuio aspetta con impazienza che una donna finisca il suo acquisto alla panca volante di un venditore di stoffe, poi in fretta, a bassa voce le racconta che Lorenzo Michielin, una persona che considerava uno specchio di onestà, gli ha rubato una trappola per topi in ferro.
Scena Sesta
Mercato del pollame
Un gruppo di donne sono in malinconico silenzio. Hanno appena sentito l'ultima disgrazia accaduta: un bambino è affogato nel brodo di un letamaio.
Antonio Garbuio precisa che si fosse trattato solo della trappola per topi avrebbe chiuso un occhio, in un paese cattolico occorre saper perdonare.
In verità la malizia del calzolaio Lorenzo Michielin è grande, perché il suo carattere è nascosto e doppio. Infatti, approfittando del fatto di essere suo vicino, oltre alla trappola per topi in ferro, gli ha rubato anche una sega.
Scena Settima
Mercato dei suini
Antonio Garbuio incontra il calzolaio Lorenzo Michielin che vorrebbe alzare le mani su di lui. “Ladro!” spara Antonio Garbuio.
Intorno al calzolaio Lorenzo Michielin si fa improvvisamente silenzio. “Mi ha rubato una trappola per topi in ferro e una sega!”
Nella piccola folla che si è formata all'udire la parola “ladro!” circola un senso di disapprovazione generale.
Il calzolaio scuote il capo e dice con voce spenta: “Non è vero!”
Epilogo
Il giorno dopo
Il calzolaio Michielin Lorenzo corre in Municipio e insta che contro il Garbujo venga istituita regolare procedura, e venga obbligato a restituirgli il suo onore, e punito a senso di Legge.
LADRA DI COTTOLA
Ottobre 1844.
La scena si svolge nella bettola dell'ostessa Dallacosta Pizzolotto Elisabetta.
Scena Prima
L'ostessa Elisabetta Dalla Costa Pizzolotto, mentre mesce il vino ai clienti, fa i commenti sugli avvenimenti del giorno; in particolare si sofferma su un furto di cui essa stessa è stata vittima: è stata derubata di una cottola, stesa al sole perché si asciugasse.
L'ostessa, che ha i suoi informatori, conosce il nome della ladra: si chiama Venturin Teresa.
Fra i clienti abituali nell'osteria si trova Angelo Costantin detto Sbornia di Biadene, marito di Teresa Venturin.
Benché alterato dal vino, Angelo Costantin percepisce la gravità dell'offesa.
Scena Seconda
In paese non si contano i pettegolezzi sul furto perpetrato ai danni dell'ostessa Dallacosta Pizzolotto Elisabetta. Alcune donne sostengono di aver visto la cottola stesa al sole la mattina e al pomeriggio hanno notato che la cottola era scomparsa.
Tra le comari è tutto un coccodè sul conto di Venturin Teresa, considerata una ladra, e sul marito, noto ubriacone del paese. C'è chi dissente da giudizi troppo affrettati, ritenendo che gli Sbornia, riconosciuti forti bevitori, non debbono essere ritenuti necessariamente dei ladri.
Epilogo
Venturin Teresa va in Municipio e chiede alla Deputazione di invitare il Regio Commissariato Distrettuale affinché chiami l'ostessa, la redarguisca, e le imponga di smetterla a denigrare il suo onore.
FURTO DI SCARPE
Scena Prima
Settembre 1833. La scena si svolge alle ore dieci circa di mattina.
Robazza Angelo sta bighellonando tra i campi in cerca di qualcosa da mangiare. Sa che i contadini sono molto sospettosi e gelosi della loro roba; ma qualche anima cristiana esiste ancora a sto mondo e gli permette di raccogliere la frutta caduta per terra. Anche se marcia è sempre meglio di niente.
In prossimità della famiglia di Pietro De Bortoli vede venire verso di lui Osvaldo Mazzocato detto Quaiotto del fu Gasparo.
Angelo si inquieta perché il Mazzocato, con il quale ha avuto qualche diverbio, è armato di una stanga da mastella.
Il Mazzocato gli punta la stanga sul petto. Il Robazza lo guarda sconcertato.
Col suo consueto tono arrogante, Osvaldo Mazzocato detto Quaiotto intima a Robazza Angelo di togliersi le scarpe. Terrorizzato Angelo Robazza obbedisce: si toglie le scarpe e le consegna a Osvaldo Mazzocato.
Prima di andarsene Osvaldo Mazzocato colpisce ripetutamente Angelo Robazza con la stanga da mastella sulle spalle, sulla schiena e sul sedere.
Alle grida “aiuto aiuto!” di Angelo accorrono Domenico figlio di Pietro De Bortoli e Luigi Graziotto detto Vettoramo, entrambi di Posmon, i quali assistono impotenti alle vilenze.
Scena Seconda
Tornato a casa, scalzo e addolorato, Angelo Robazza racconta l'accaduto alla moglie e ai vicini. Tutti sono concordi che occorre dare una lezione a Osvaldo Mazzocato. Molti si lamentano delle sue prepotenze. Bisognerebbe che il Commissario Distrettuale lo proponesse per l'arruolamento forzato.
Epilogo
Officio della Deputazione Comunale.
Angelo Robazza si reca in Comune, ma è piuttosto timoroso. Si limita a chiedere alla Deputazione Comunale che gli siano restituite le scarpe e in quanto all'onore... gli è sufficiente che Osvaldo Mazzocato sia redarguito, con le dovute maniere s'intende, perché da quell'individuo ci si può aspettare di tutto.
MINACCE MORTALI
Personaggi
Facchin Bernardo
Michielin Giovanni
Scena Prima
La scena si svolge sulla pubblica via.
Facchin Bernardo incontra Michielin Giovanni: gli borbotta alcune parole incoerenti. Michielin Giovanni gli risponde brusco che non ha tempo da perdere e se ne va.
Scena Seconda
Lo stesso giorno. Più tardi. Alla bettola.
Facchin Bernardo incontra Michielin Giovanni e lo guarda perplesso con aria interrogativa. Michielin Giovanni gli risponde con un'occhiata che esprime una particolare espressione di disgusto.
Scena Terza
Sera dello stesso giorno. Sulla pubblica via.
Facchin Bernardo incontra Michielin Giovanni e arrossisce terribilmente. Michielin Giovanni lo guarda fisso e sorride.
Scena Quarta
Il giorno dopo. Nella bottega di..
Michielin Giovanni parla in modo altezzoso e con aria di sfida al bottegaio che non vuole fargli credito. Facchin Bernardo ascolta pieno di meraviglia e poi incomincia ad arrossire forte. Il cuore gli trema e batte violentemente.
Scena Quinta
Lo stesso giorno. Più tardi. Davanti all'Officio Comunale
Facchin Bernardo percepisce queste parole di Michielin Giovanni che sta discutendo animatamente col Cursore Comunale: “C'è gente a cui tutto riesce, mentre ad altri capita tutto il contrario”. Facchin Bernardo è tremendamente colpito dalla subitaneità di quell'uscita. È sicuro che Michielin Giovanni l'ha proferita per ferirlo. Lo guarda con odio, ma non trova il coraggio di fermarsi.
Scena Sesta
Il giorno dopo. Nella bettola.
Facchin Bernardo si siede di proposito accanto a Michielin Giovanni. Per tutto il giorno ha cercato l'occasione di vederlo. Arrossisce violentemente, un sentimento di tristezza e di desolazione gli prende il cuore.
A parlare per primo è Michielin Giovanni: “È tempo di mettere giudizio, eh Bernardo?”
Bernardo Facchin avvampa, poi facendosi violenza chiede a Michielin Giovanni urbanamente la restituzione di pochi centesimi che gli deve.
Giovanni Michielin si adira, comincia a sputare ingiurie e minaccia Facchin Bernardo “Prima che l’orologio suoni ti farò a pezzi, e il pezzo più grande sarà un’orecchia”.
Facchin Bernardo esce dalla bettola sconvolto.
Epilogo
Il giorno dopo. Officio Comunale.
Facchin Bernardo chiede alla Deputazione Comunale di far intervenire il Commissariato Distrettuale affinché Michielin Giovanni gli gli restituisca i pochi centesimi che gli deve... e in un certo senso anche l'onore.
LA VENDETTA
Personaggi:
Carraro Giuseppe detto Boaro, custode di campi.
Angelo Mondin, villico.
Giovanna, moglie di Angelo Mondin.
Alcuni polli d'India, di proprietà di Giovanna Mondin.
Scena Prima
La scena rappresenta la campagna veneta, sul primo mattino, e precisamente i campi affidati in custodia a Carraro Giuseppe, detto Boaro.
All'alzarsi del sipario alcuni polli d'India, di proprietà di Giovanna, moglie di Angelo Mondin, dopo aver gettato intorno occhiate circospette, non vedendo alcuno, si mettono a beccare tranquillamente.
Scena Seconda
Carraro Giuseppe detto Boaro vede i polli d’india di proprietà di Giovanna, moglie di Angelo Mondin, nei campi che gli sono affidati in custodia.
Gli animali stanno recando evidentissimi danni alle colture. Con energici “Scio! Scio!” il custode scaccia gli invasori. Qualche pollo ritardatario viene colpito da sassate.
Scena Terza
Sopraggiunge Giovanna Mondin. Subito si rende conto di quanto sta accadendo. Carraro Giuseppe detto Boaro vuole ammazzare i suoi polli d'India per mangiarseli.
La donna si mette a inveire: Ladro! Canaglia!
Scena Quarta
Umile casa di campagna.
Giovanna Mondin torna a casa, racconta l’accaduto al marito. Angelo Mondin, resosi conto che i suoi polli d'India sono stati maltrattati da Giuseppe Carraro, è fuori di sé. Lo spirito di vendetta si impadronisce di lui con forza irresistibile. Per alcune ore egli medita come lavare l'onta del torto subito.
Scena Quinta
Aperta campagna. Ore cinque pomeridiane.
Angelo Mondin, seguito a distanza dalla moglie Giovanna, si reca a passi decisi in un campo di Giovanni Tesser ch’era affidato alla custodia di Giuseppe Carraro.
Dopo aver individuato il granoturco più florido, si mette a calpestarlo con furia cieca. Le sue labbra hanno un ghigno beffardo. La moglie osserva la scena compiaciuta e incita il marito a compiere i maggiori danni possibili.
Epilogo
Officio Comunale.
La solita redarguizione, il solito verbale etc.
IDILLIO
Scena Prima
A Recanati da una finestra del paterno ostello Giacomo Leopardi vede sulla piazzetta del natio borgo selvaggio dei fanciulli che qua e là saltando fanno un lieto rumore.
Scena Seconda
A Posmon di Montebelluna il Possidente Marco Segala vede alcuni fanciulli (una femmina e due maschi) figli di Bonsembiante Biagio, che stanno spiantando il granoturco cinquantino.
Scena Terza
A Recanati da una finestra del paterno ostello Giacomo Leopardi osserva sulla piazzetta del natio borgo selvaggio dei fanciulli che qua e là saltando fanno un lieto rumore.
Scena Quarta
A Posmon di Montebelluna il Possidente Marco Segala vede i figli di una certa Cagnatella che spiccano dalle viti l'uva immatura. I fanciulli appaiono di una età compresa tra gli otto e dodici anni.
Epilogo a Recanati
A Recanati nello studio del suo paterno ostello il poeta Giacomo Leopardi compone l'immortale idillio “Il sabato del villaggio”.
Epilogo a Montebelluna
Nell'Officio Comunale di Montebelluna il Possidente Marco Segala consegna al Segretario Comunale la carriola asportata ai figli del Bonsembiante con dentro molte piante di cinquantino svelte da essi nel suo terreno.
Il Possidente chiede che la Deputazione Comunale redarguisca i fanciulli e soprattutto i loro genitori, riservandosi di procedere regolarmente nei loro confronti se si ripetessero i danni.
2
LA SESSUALITA'
L'AMORE
La conservazione dell'onore presso le culture mediterranee corrispondeva principalmente alla conservazione della verginità, o quanto meno al mantenimento di una monogamia esclusiva.
Nel suo saggio “Il senso dell'onore”, Carmel Cassar scrive: “Alla base c’è la convinzione che il ruolo della donna sia volto principalmente ad assicurare la continuità del gruppo familiare attraverso la sua riproduzione, e a salvaguardare l’immacolata genealogia attraverso la propria castità”.
Detto in sintesi gli uomini mediterranei avevano (hanno) il compito di difendere l’onore, mentre le donne dovevano (devono) fare tutto ciò che potevano (possono) per evitare il disonore.
Già da un’età precocissima, le ragazze venivano investite da una tremenda pressione sociale ad essere “modeste” e al di sopra di ogni sospetto.
Nel saggio “Integralismo cattolico asburgico”, pubblicato in questa collana, ho ricordato che il regolamento delle Case degli esposti prevedeva che le ragazze fossero chiuse a chiave: era bene che la Superiora diffidasse persino del Medico e del Cappellano, i quali, in occasione di visite per ragioni del loro ufficio, dovevano essere costantemente tenuti sotto controllo.
Il Veneto del 1800 non può essere certamente paragonato ai paesi musulmani. Tuttavia anche nella Piccola Pancia Veneta viveva una comunità chiusa e governata dal senso dell’onore proprio come quella musulmana, anche se non giungeva agli aberranti estremismi che si verificano in Afghanistan.
Secondo una stima dell’Onu, in Afghanistan almeno 5000 donne sono uccise ogni anno per delitti “d’onore”, ma le cifre reali potrebbero essere addirittura superiori, poiché gli omicidi non vengono denunciati e le famiglie stesse nascondono le cause dei decessi.
È notizia di questi giorni (agosto 2006): un padre pakistano a Brescia ha sgozzato sua figlia che aveva adottato uno stile di vita occidentale e aveva un fidanzato italiano.
UN AMORE CONTRASTATO
Salvatore Vergani non gradisce che Luigi Robazza, detto Cavallin, faccia la corte alla figlia Teodorica.
La ragazza non sembra indifferente alle attenzioni dello spasimante, ma il padre, un tipo fatto a suo modo, chiede che la Deputazione Comunale intervenga a far cessare la tresca amorosa.
Scena Prima
Commissariato Distrettuale
Processo verbale della redarguizione somministrata dall’Imperiale Regio Commissario Distrettuale:
“Furono oggi diffidati a Processo Verbale li nominati Luigi e Antonio Robazza di Domenico detti Cavallin ad evitare con Salvatore Vergani ogni ulteriore contatto a toglimento di disgustose evenienze ed il primo, cioè Luigi, a desistere dall’amoreggiare la figlia del medesimo per nome Teodorica”.
I due giovanotti promettono di obbedire.
Il Commissario Distrettuale minaccia più rigorose misure politiche in caso di successivi reclami.
Scena Seconda
Osteria Gastaldon attigua alla casa Vergani.
Spalleggiato dal fratello, Luigi circuisce la ragazza. Frequenta l’osteria Gastaldon, “colla determinata intenzione” di parlare a Teodorica e “coll’unico scopo di usare un insulto” al padre.
Scena Terza
Salvatore Vergani viene a sapere che il giovanotto ronza attorno alla figlia senza scopo di matrimonio.
Va su tutte le furie e dichiara che pur di evitare le chiacchiere della gente sacrificherà la figlia.
In paese tutti si interrogano sul reale significato della parola “sacrificare”. Quelli che conoscono meglio l'animo di Salvatore Vergani sono del parere, anzi sono sicuri, che l'uomo sia disposto ad ammazzare la figlia con le sue mani piuttosto che vederla disonorata.
Scena Quarta
23 febbraio 1845, sera. È passato un anno dopo la solenne redarguizione.
Salvatore Vergani sorprende la figlia sulla porta della casa che parla con Luigi Robazza.
Siccome è già suonata la prima Avemaria e quindi è scoccata l'ora in cui le donne timorate di Dio si chiudono in casa, la vista di sua figlia che parla con un giovanotto procura a Salvatore Vergani uno stupefacente rimescolio della bile.
Iratosi comincia a percuotere la figlia, a provocare il più forte clamore, e a mettere quasi in ispavento il vicinato.
I giudizi dell'opinione pubblica sono divergenti. C'è chi ritiene che Teodorica sia davvero innamorata, ma piuttosto ingenua e non capisca le seconde, depravate intenzioni del finto spasimante. Altri, pochi in verità, arrivano ad ammettere che forse i sentimenti di Luigi Robazza sono sinceri e che tante dicerie hanno origine dai sospetti ingiustificati dell’ombroso genitore.
Scena Quinta
Salvatore Vergani si reca nuovamente dalla Deputazione per far valere i suoi diritti di padre.
“A prevenire ogni e qualunque inconveniente” la Deputazione Comunale dietro istanza del Vergani informa del fatto il Commissario Distrettuale che viene sollecitato a somministrare una nuova e più severa redarguizione “con comminatoria d’arresto in caso di recidiva”.
Scena Sesta
Officio della Deputazione Comunale.10 marzo 1845, tre giorni dopo.
“Alle ore 9 comparve dietro invito Luigi Robazza nell’ufficio del Commissario Distrettuale.
Dopo di averlo trattenuto per sei ore nell’ingresso di questo Regio Ufficio gli fu ordinato di presentarsi il giorno dopo”.
Scena Ottava
In paese la notizia del giorno è la lunga anticamera che Luigi Cavallin ha dovuto sopportare, trangugiandola come un boccone amarissimo. È chiaro a tutti che si tratta di un colpo di scena per creare attesa nel giovanotto, per fargli capire la gravità delle sue colpe e prepararlo a un rabuffo coi fiocchi.
Nelle case e nelle bettole, fino a tardi, ci si domanda cosa dirà il Commissario Distrettuale a Luigi Robazza.
Scena Nona
Il giorno dopo.
Luigi Robazza si presenta di buon mattino dal Commissario Distrettuale. Qui deve sopportare ancora qualche ora di anticamera.
Finalmente viene chiamato al cospetto dell'alto funzionario che lo ammonisce energicamente a miglior contegno, lo diffida dal desistere una volta per sempre dal recar molestie a Salvatore Vergani e a non permettersi più di amoreggiare la di lui figlia Teodorica.
A questo punto appare evidente che alla ragazza non dispiace del tutto di venire “molestata” da Luigi Robazza, perché il Regio Commissario nella sua filippica proibisce al giovane di “tramar con essa qualsiasi ulteriore relazione”.
Cosa succederà a Luigi Robazza se non rispetterà gli ordini dell’Autorità costituita?
Anzitutto “più rigorose misure politiche e a tenore delle circostanze anche l’immediato arresto”.
Il provvedimento era dettato da esigenze di pubblica sicurezza “…e ciò, come osserva saggiamente codesta Comunale Rappresentanza, onde prevenire disgustose emergenze per parte dell’indispettito Salvatore Vergani”.
Di fronte a tanti e tali argomentazioni, più o meno convinto, Luigi Robazza “promette di attenersi a quanto gli viene ingiunto” e quindi viene licenziato.
Epilogo
Spettava alla Deputazione Comunale il dovere di una attenta ed efficace sorveglianza: compito che era affidato di norma al Cursore comunale.
Considerazioni
Da tutta questa vicenda emerge una caratteristica particolare dell’Autorità sia del padre che dell'Amministrazione Pubblica.
Nessun articolo del Codice austriaco vietava ai ragazzi di parlare con le ragazze, per di più sulla porta di casa, anche se i genitori non erano d’accordo.
Era la Consuetudine che riconosceva al Padre un'autorità indiscussa sui figli (le figlie!); era la Consuetudine che permetteva un'intromissione così pesante negli amori dei giovani da parte della Deputazione Comunale e del Commissario Distrettuale che agivano come dei Capi Tribù.
E un Capo Tribù interveniva su qualsiasi questione e in qualsiasi modo pur di mantenere tranquilla la Piccola Pancia Contadina.
UN AMOROSO TESTARDO
Il matrimonio riparatore era considerato l'unica soluzione per restituire in qualche modo l'onore a una ragazza che aveva perso la sua illibatezza. Ma in questa storia diventa l'obiettivo di un innamorato testardo.
ATTO PRIMO
Scena Prima
Marco Marcolin ha messo gli occhi addosso a Francesca Pace senza aver mai potuto ottenere alcuna corrispondenza. Incaponito, il giovane comincia a far correre la voce che disonorerà la ragazza così la famiglia sarà obbligata a dargliela in moglie.
Scena Seconda
Lo zio di Francesca, Gandin Vincenzo, va dal cappellano don Vincenzo Conte, e prega il sacerdote ad occuparsi del caso.
Scena Terza
Don Vicenzo Pulin invita il giovane in canonica e lo esorta a mettere giudizio. Marco promette di mai più sparlare sul conto della ragazza.
Scena Quarta
Marco pare sinceramente pentito e muta il suo comportamento. Chiede alla madre di andare a far visita alla famiglia Pace.
Scena Quinta
La madre di Marco chiede scusa alla famiglia di Francesca.
Scena Sesta
Passa un po’ di tempo...
Marco riprende a circuire Francesca aspettandola lungo la pubblica via “non si sa con quali intenzioni”.
Scena Settima
Come succede in paese il comportamento di Francesca viene interpretato in diverse maniere. Per alcuni la ragazza era indifferente, anzi non sopportava il ragazzo. Per altri Francesca ardeva di passione per Marco e lo aspettava con il batticuore alla finestra.
Scena Ottava
Lo zio di Francesca, Gandin Vincenzo, perde la pazienza, va dal Commissario Distrettuale e chiede che il giovanotto venga seriamente redarguito.
Scena Nona
Marco Marcolin, chiamato in Comune, viene ammonito. Risultato delle ammonizioni? Non fecero alcun effetto.
ATTO SECONDO
Scena Prima
29 giugno 1822. L'atmosfera è quella tipica di un idillio leopardiano (siede con le vicine su la soglia a filar la vecchierella ...).
Tutti quelli della famiglia Gandin sono assisi fuori della porta della propria abitazione a gioire un poco di fresco.
Scena Seconda
Ore nove e mezza.
Giunge sul posto, in compagnia del fratello Pietro, Marco Marcolin.
Dopo aver date due fischiate comincia a ingiuriare tutta la famiglia.
La famiglia Gandin saggiamente si astiene dal reagire, limitandosi a chiudere il cancello del cortile a catenaccio.
Scena Terza
Marco Marcolin ha una reazione violenta: “raddoppia tosto le ingiurie contro la fanciulla dicendo che è una porca, una vacca”.
La famiglia Gandin continua a mantenere i nervi saldi.
Scena Quarta
Indispettiti i due fratelli Marcolin salgono sopra l’antico cimitero della chiesa e si mettono a vomitare insolenze contro tutti.
Scena Quinta
Di fronte a tanta prepotenza la famiglia Gandin spedisce il domestico con il compito di acquetarli.
I fratelli Marcolin s’avventano sul povero domestico, lo gettano a terra afferrandolo per il collo e gli mordono un dito.
Scena Sesta
Alle grida disperate del domestico la famiglia Gandin si precipita sopra il cimitero per liberare il malcapitato.
La zuffa diventa più serrata e si colora di sangue.
Epilogo
Il giorno dopo in Officio Comunale.
La famiglia Gandin, dopo aver raccontato l'accaduto, consegna alla Deputazione Comunale le due “camicie lacerate”.
Il Segretario Comunale verbalizza e informa il Commissario Distrettuale:
“Antonio Gandin padre riportò una morsicatura nel dito pollice della mano dritta, il di lui fratello Giuseppe una morsicatura nel dito medio della mano dritta e gli fu lacerata la camiccia, ed il domestico una morsicatura nel dito pollice della mano dritta con laceramento di tutta la camiccia, e la di lui madre un forte pugno sotto l’occhio dritto.
La sola Sartor domestica del Radoani fu presente nel furore della mischia e può assicurare della verità dei suesposti fatti”.
Per una più approfondita verifica viene suggerita la testimonianza di Gandin Giobatta di Aurelio e di Montagner Teresa detta Posta, domestica del Gandin.
UN SEDUTTORE RECIDIVO
Due storie di seduzioni. Nel primo caso il Merlo mette incinta la sorella del suo benefattore. Un matrimonio riparatore potrebbe risolvere il caso, ma il seduttore assolutissimamente non vuole. Nel secondo caso la sedotta e abbandonata è una domestica. La ragazza non solo perde l'occasione di sposarsi, ma anche il posto di lavoro. La famiglia Gregorin, in ossequio alla morale, ritiene che la giovane donna “perdendo l'onore” non sia più meritevole di fiducia.
ATTO PRIMO
Scena Prima
Casa della famiglia Gregorin. Notte.
Antonio Merlo mediante sotterfugi e false promesse seduce una cameriera. Promette alla ragazza di sposarla e la mette incinta.
Scena Seconda
Antonio Merlo non mantiene la promessa e abbandona la cameriera al suo destino.
Scena Terza
La povera ragazza viene licenziata dai padroni “ov'era decentemente collocata”.
ATTO SECONDO
Scena Prima
Antonio Merlo viene accolto in casa da Luigi Padovan come amico e vi resta per alcuni anni. Abusando della confidenza datagli, ha l'audacia di rendere incinta Maria Padovan, la sorella del suo benefattore.
Scena Seconda
Luigi Padovan, accortosi dell'accaduto, procura di persuadere il Merlo a sposare la donna. Il Merlo nega assolutissimamente di farlo.
Epilogo
2 Luglio 1835
Padovan Luigi dichiara che intende procedere contro Antonio Merlo suo offensore. La Deputazione si trova d'accordo perché il Merlo sia punito come conviene “a toglimento di ulteriori scandali ed inconvenienti”.
L'UOMO PADRONE
Scena Prima
31 luglio 1812, ore cinque pomeridiane.
La scena si svolge per strada.
Francesco Pian di Venegazzù sta camminando per strada in compagnia di Antonia Conte. Ad un certo punto chiede alla donna se è sposata.
La donna risponde: “Sì, lo sono con Vettor Marconato.”
L’uomo di Venegazzù rimane sorpreso: “Credevo che fossi moglie di Giuseppe Calzamatta.”
Antonia Conte vuol saperne la ragione.
Francesco Pian spiega: “Vettor Marconato mi ha detto ch’è stato per molto tempo tuo padrone”.
La donna arrossisce violentemente di rabbia e di vergogna.
Scena Seconda
Antonia Conte racconta l'accaduto al marito.
“Cos'hai intenzione di fare?”
Vettor Marconato cammina su e giù per la cucina con le mani in tasca, sospira “Lasciamo che il fuoco si spenga da solo”.
“Sei senza coraggio”.
“Non ho voglia di mangiarmi il fegato per una parola”.
“ Una parola?! Giuseppe Calzamatta si vanta di essere stato mio padrone!“Non vai dal Podestà a denunciarlo?”
“Aspettiamo qualche giorno, vediamo cosa succede”.
Antonia Conte urla:” Rivoglio il mio onore!”
Vettor Marconato chiude tutti balconi della casa, poi ordina alla moglie di non parlare ad alcuno.
Scena Terza
Il giorno dopo. Cucina
Antonia Conte sta seduta presso la finestra, col balcone chiuso. Non fa da mangiare, non mangia. Per tutto il giorno prega, recita rosari, coroncine, giaculatorie, litanie...Verso sera ha una crisi di pianto.
Improvvisamente urla:” Ha detto di essere stato mio padrone, e tu non fai niente?”
Il marito si gratta la testa. Ha quasi l'impressione che la moglie cerchi a tutti i costi di essere chiacchierata. Si sa come vanno le cose: le racconti al Podestà e il giorno sei sulla bocca di tutto il paese.
Scena Quarta
Due giorni dopo, a tavola.
Il marito dice con voce calma: “Credimi, andare dal Podestà serve ad accendere il fuoco dei pettegolezzi.”
“Sei un fallito!” dice la moglie con voce sorda. E lo guarda con odio.
Scena Quinta
Tre giorni dopo...
“Te lo dico per l'ultima volta: se non mi viene restituito l'onore entro domani, vado in piazza e mi metto a gridare che sei becco! becco! Urla:”strabecco!”
Il marito le tappa la bocca con la mano.
Antonia Conte lo morde.
Scena Sesta
Sei giorni dopo...
Appena alzata Antonia Conte sta male, vomita.
“Cerca di stare calma” le dice il marito.
“Starò sempre peggio,peggio,peggio, sei contento?” e piange, singhiozza, trema tutta, ha singulti.
“Voglio il mio onore!”
Epilogo
Otto giorni dopo...
Vettor Marconato si reca dal Podestà e chiede che Giuseppe Calzamatta, denigratore dell’onore di sua moglie, sia trascinato in tribunale e punito a tenore di legge.
UNA RAGAZZA CHIACCHIERATA
Settembre 1843.
La scena si svolge in vari luoghi all'aperto e nelle case Sartor, Camozzato e Zanardi.
Scena Prima
Elisabetta Camozzato parte per Treviso. Informa tutti che si tratterrà qualche tempo
in città “per oggetti di salute”.
Scena Seconda
Quando ritorna le malelingue del vicinato si mettono a spargere veleno.
Scena Terza
In particolare Mosé Zanardi non è pienamente convinto delle giustificazioni della ragazza.
Egli confida i suoi dubbi ai fratelli Giuseppe e Battista Sartor, asserendo che la ragazza è andata all’ospedale “per isgravarsi di un figlio”.
Scena Quarta
Casa dei Sartor.
I fratelli Sartor si consultano a lungo in famiglia. È opportuno tacere o avvertire il padre di Elisabetta?
Scena Quinta
I fratelli Sartor decidono di riferire la maldicenza a Gaetano Camozzato detto Marian.
Scena Sesta
Officio Comunale. Il giorno dopo.
Gaetano Camozzato chiede che “contro il Zanardi denigratore dell’onore di sua figlia” sia istituita “regolare procedura e in conseguenza punito a senso di Legge”.
Scena Settima
Officio Comunale. Il giorno dopo.
Rebecca Zanardi, figlia del cursore Giobatta Zanardi, si presenta alla Deputazione Comunale e riferisce che Elisabetta, figlia di Gaetano Camozzato, “non è un’acqua cheta”; infatti “ebbe la temerità di dire che la sua famiglia (dei Zanardi) è composta di vacche, e ch’essa specialmente lo era”.
Infatti Elisabetta Camozzato più volte aveva sparlato di Rebecca Zanardi “che quando partì dalla sua casa per andare a Vicenza a travagliare di seta era incinta, e che al suo ritorno aveva il suo ventre sgonfio”.
Scena Ottava
Officio Comunale
Poco dopo si presenta in Comune Mosè figlio del cursore Zanardi, e riferisce che la domenica precedente dopo il mezzogiorno Gaetano Camozzato detto Marian sulla strada di Trevignano “si féce lecito di trattarlo da birbante, canaglia, ladro, e spia porca, e che lo avrebbe anche maltrattato se non avesse avuto la prudenza di ritirarsi”.
Scena Nona
Officio Comunale.
Più tardi...
Si presenta in Officio Comunale Giobatta Zanardi padre, e riferisce che Gaetano Camozzato, poco dopo di avere strapazzato suo figlio Mosé, “si rivolse contro di lui dicendogli replicatamente birbante, ladro, mangia sangue dei poveri uomini; e che in Montebelluna vi sono molti che languiscono per colpa sua e mille altre ingiurie di simile natura per il corso di oltre tre quarti d’ora”.
Non contento di ciò, l’impudente Camozzato andava in giro per le osterie e le bettole “denigrando l’onore” del povero cursore comunale.
Epilogo
I Zanardi, padre, figlio e figlia, chiedono che i Camozzato padre e figlia “fossero obbligati a restituir loro l’onore pubblicamente denigrato”.
BARUFFE
Agosto 1851
Personaggi:
Giovanna Botter, 20 ,villica.
Bordin Girotto Margherita, sua vicina di casa.
Il Marito, della Botter.
Scena prima
La scena si svolge nei pressi della siepe che segna il confine tra le due famiglie.
Il Marito di Giovanna Botter, mentre sta annaffiando l'orto, viene chiamato dalla vicina Bordin Girotto Margherita, la quale amichevolmente lo informa che la moglie coltiva disoneste relazioni.
Scena Seconda
Il Marito urla alla moglie che è una porca, vacca lugia.
Giovanna Botter si difende dicendo che non è vero.
Il Marito la picchia.
Scena terza
Cortile di casa Bordin Girotto Margerita.
Giovanna Botter arriva come una furia e si mette ad insultare Bordin Girotto Margherita dicendole donna cattiva e spia.
Scena Quarta
Officio Comunale.
Il 14 agosto 1851 Giovanna Botter, viene convocata dalla Deputazione Comunale e “ammonita a non insultare con parole offensive la sua vicina di casa Bordin Girotto Margherita”.
Giovanna Botter confessa “d’essersi lasciata trasportare” ma si giustifica dicendo “che la Girotto Bordin ebbe la cattiveria dì dire a mio marito ch’io coltivo disoneste relazioni quando non è vero, per il qual motivo ho ricevuto anche delle percosse”.
Giovanna Botter a sua volta chiede che Bordin Girotto Margherita sia ammonita “a non immischiarsi negli affari della famiglia e a non spargere voci che disonorano il mio nome e che