Parabole de pori cristi
Il termine parabola deriva dal verbo paraballein, che significa mettere vicino, confrontare.
In effetti, in questi testi, la voce dei diversi personaggi − tutti parte dello strato più umile della società − ha sempre come sottofondo e come contrappunto i discorsi “alti”, quelli delle classi più agiate e delle autorità: il latino della Chiesa, l’eloquenza patriottica degli intellettuali, la narrazione falsata della storia da parte dei potenti di turno. Due mondi che, nel loro accostarsi, stridono.
Il linguaggio dei pori cristi è il dialetto, imbevuto tante volte di espressioni ecclesiastiche; una lingua schietta, direttamente legata alle cose, bassa e di certo poco elegante nel suo dire “pane al pane”. I suoi interpreti faticano nel raffronto con l’altro livello, nella vita inciampano di continuo e vengono travolti dalla violenza, dalle miserie e dalle regole della società; ma, cadendo, alzano quel sipario di ipocrisia che la storia, abilmente elaborata dai “vincitori”, stende sulle cose. Dietro gli scenari gloriosi descritti da uno sfoggio di parole altisonanti, si cela la violenza del conquistatore che maschera le ruberie con la scusa della guerra condotta per santi motivi oppure la voglia di un professore di riempire lo stomaco a scapito di un povero soldato; sotto l’apparenza di rigore morale e nobiltà d’animo si occultano le ingiustizie verso i più deboli; la voglia di audience e guadagno viene dipinta come desiderio di far conoscere, quasi di educare; la figura reietta di una prostituta diventa misura e termine di paragone per tante bassezze di uomini che si rivelano, per ciò che sono, proprio nei momenti in cui stanno con lei.
Una parabola è un racconto, e questi versi si intessono certamente attorno al gusto del narrare; hanno molto dell’oralità: formule ripetute, linguaggio semplice, a volte uno spezzettamento che invita quasi a giocare all’infinito su possibili riprese. E infatti, come non manca di far notare l’autore, sono stati pensati per essere recitati a filò, per intrattenere in modo cordiale, con quello stesso spirito che animava la recitazione di filastrocche o narrazioni nelle serate invernali trascorse dai contadini nelle stalle e nelle giornate di festa passate attorno ad un tavolo e ad un bicchiere di vino.
La parabola ha sempre una morale, che non trasmette con lunghi sermoni, discorsi astratti e precetti, bensì, come si diceva, attraverso un racconto, la rappresentazione di persone concrete ed esperienze quotidiane.
Non sono le parabole evangeliche di Cristo, ma quelle di pori cristi, uomini e donne che cercano di darsi una spiegazione di quanto accade loro, di trovare un appiglio di dignità e di speranza in mezzo a tanta miseria, personaggi che sono testimoni, sono vittime, sono maschere alle quali è affidato il compito di mostrare la realtà delle cose.
Troviamo così Arlecchino impegnato a divulgare il momento del trapasso del padre Pantalone via etere, grazie ad un programma televisivo ad hoc, seguendo tutti i tempi e le esigenze imposte dal palinsesto e dall’auditel. E’ il loro dialogo, paradossale, a costruire la scena che chiude il libro; dopo tanto narrare sul passato uno sguardo al presente, con le sue nuove miserie e i suoi nuovi cristi da martirizzare, magari però con l’onore dei quindici minuti di notorietà in diretta TV.
Tatiana Santin
Last modified 2006-10-12 09:54 PM